Non spegni il sole se gli spari addosso

Il G8 di Genova nelle parole di chi, venti anni fa, era troppo piccolə per esserci

Siamo alla fine di luglio del 2001. Dalle giornate del G8 di Genova è passata poco più di una settimana, al Tpo di Bologna c’è un’affollata assemblea cittadina. Il proposito è quello di fare un bilancio di quanto accaduto. Alle compagne e ai compagni di Indymedia è stato chiesto di realizzare un video, di montare le immagini degli eventi che hanno caratterizzato la tre giorni genovese.

A un certo punto, però, mentre il video viene proiettato, l’affollata sala di via Lenin ammutolisce: sullo schermo non scorrono solo le immagini delle cariche, del sangue dei manifestanti, dei manganelli impugnati al contrario e delle spranghe di ferro usate dalle guardie. Quelle immagini, sì, ci sono, ma vengono inframezzate da immagini di manifestanti che reagiscono alle violenze, di controcariche, di pulotti che scappano incalzati da chi non è disposto a subire la loro violenza.

Non fu preso bene quel montaggio. Rompeva con la narrazione vittimistica dei fatti di Genova che era divenuta egemone. Si pensava potesse “turbare” l’opinione pubblica. All’assemblea nella quale fu proiettato quel video, ne seguì un’altra, ristretta. Il collettivo di Indymedia fu pesantemente cazziato. Per usare un eufemismo.

Sono passati quasi vent’anni da quei fatti. È il giugno del 2021 e siamo ancora al Tpo, che nel frattempo si è spostato in via Casarini. Dalla parte opposta della città. Nel cortile è in corso la presentazione de I «padovani». Dagli anni Ottanta al G8 di Genova 2001, il nono volume della collana dedicata da Derive/Approdi alla storia dell’Autonomia. Piero Despali, uno degli autori, ha appena finito di parlare. Tra le altre cose, dalle sue parole è emersa una forte autocritica alla gestione della piazza, da parte dei manifestanti, durante le giornate di Genova. Soprattutto ha criticato la “dichiarazione simbolica di guerra” che precedette quei giorni. Interviene Gianmarco De Pieri, anche lui tra gli autori de I «padovani». Pure le sue parole sono di critica, ma si rivolgono alle giornate che seguirono il G8, alla narrazione vittimistica che caratterizzò quasi tutti i settori del movimento che aveva animato le strade di Genova. Cita il video realizzato venti anni prima dal collettivo di Indymedia, dice che fu un errore “censurarlo”. Un po’ mi fa sorridere il malcelato stupore sul volto di Void, che di quel collettivo faceva parte, mentre ascolta quelle frasi.

Ci sono le varie anime del movimento bolognese durante la presentazione, e a me fa piacere che quelle parole, come quelle di Piero, siano pronunciate proprio in questo contesto.

La narrazione vittimistica delle giornate di Genova, credo, sia stata controproducente. Forse avrà commosso qualcunə nei giorni che seguirono, ma manco tanto, visto che ogni anno, nei giorni di luglio, siamo costretti a reagire alla violenza di chi non si fa problemi a far venir fuori la propria vera natura ed esalta la repressione. Alla lunga, poi, penso, che quella narrazione abbia alimentato lo “sconfittismo”, la percezione che ogni lotta, ogni movimento, in fin dei conti, siano inutili, non raggiungano mai i risultati che si prefiggono. Invece che generare empatia, ha alimentato il distacco, il rinchiudersi nel privato e farsi i cazzi propri.

Mi chiedo l’effetto che quella narrazione ha avuto sulle compagne e i compagni che, oggi, animano le lotte e che all’epoca erano troppo piccolə per essere nelle strade di Genova. Che memoria serbano loro di quei fatti? Quale eredità ha loro lasciato quel movimento?

In realtà è da un po’ che mi faccio queste domande. Più o meno da quando, durante una serata all’Ortica, chiacchieravo con Void, che, oltre all’esperienza di Indymedia, è parte anche di quella di Autistici/Inventati. Mi diceva che, almeno per quanto riguarda il mediattivismo, non si è riuscitə a trasmettere alle giovani generazioni l’importanza di quella pratica e di crearsi i propri strumenti. La dimostrazione è osservare come vanno nel pallone quando le pagine facebook di alcuni spazi sociali vengono censurate.

Comincio così a pensare di costruire una puntata di Clio, il podcast che faccio da qualche anno e che viene trasmesso anche da Radio Città Fujiko, dedicata alla memoria che le compagne e i compagni più giovani serbano delle giornate di Genova.

Il metodo che uso è in parte simile ad alcune procedure che si adottano per fare storia orale: non faccio domande, chiedo che mi inviino su di un app di messaggistica un audio nel quale parlano di quello che viene loro in mente pensando al G8 del 2001. Non voglio influenzare quello che mi diranno, preferisco, almeno in questa fase, raccogliere quello che viene fuori a prima botta. Le impressioni immediate.

Ne viene fuori che Void aveva ragione: il mediattivismo ha lasciato poche tracce. Su sette persone intervistate, solo Andrea accenna di sfuggita a Indymedia, e solo per dire che nei giorni successivi a Genova, con il suo collettivo, ne proiettavano i video.

Noi – mi dice Francesca, alla quale ho chiesto per capire il perché di questa rimozione – “gli strumenti informatici li troviamo già pronti. Con tutti i limiti che hanno, tendiamo a usare quelli. Non sentiamo l’esigenza di sperimentare e di crearne di nostri come venti anni fa.”

Però, Indymedia a parte, la sorpresa piacevole è che la narrazione vittimistica, tra loro che ho sentito, non ha attecchito. Dai contributi emerge tutta la potenza di quelle giornate, che non possono essere ridotte alla sola repressione. Non le considerano un feticcio ma materia viva sulla quale costruire le lotte del presente.

Da tutti gli interventi emerge che, quanto andava delineandosi allora, come il dominio neoliberista, caratterizza il mondo d’oggi. Anche l’analisi di quei giorni è parecchio approfondita, mai banale.

C’è Claudia, che mette in luce le responsabilità politiche della repressione; Pasquale che considera quell’evento uno spartiacque; Lorenzo, che descrive come sia cambiata da allora la gestione dei conflitti; Davide, che sottolinea quanto quel movimento fu di rottura rispetto a quelli che animarono il Novecento; Maddalena, che parla della capacità che si aveva allora di creare mobilitazioni e di conquistare spazi; Francesca, che si chiede se si riuscirà a costruire nel presente un movimento tanto potente; Tiziano, che racconta come quelle giornate abbiano segnato la sua militanza, nonostante avesse solo undici anni; Andrea, che considera la memoria uno strumento, non un feticcio.

Le compagne e i compagni ascoltati contribuiscono ad animare alcuni spazi sociali bolognesi: il Circolo Berneri, Làbas e Xm24. Il podcast costruito grazie a loro lo trovate qui sotto. Buon ascolto!

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